Cecce Goes to New York!

Cecce Goes to New York!

Oct. 28, 2006 - L'ultimo treno per Caracas


 

Un po' di tempo fa, avevo avvisato che una qualche considerazione da uomo beat in viaggio, prima o poi, l’avrei cavata fuori. Proprio ieri, raccontavo infatti al mio carissimo amico, come mi sia capitato di passeggiare un sabato sera per Times Square: un traffico di gente, macchine e taxi che lo descrive bene solo una foto o una cartolina in notturna. Così, tra il frastorno e la stanchezza, entro ed esco da tutti i locali e i negozi che mi capita di imbroccare. Hard Rock Caffè New York. Proviamo.
Non mi importava certamente nulla di quello che avrei trovato lì dentro, tanto che non sono nemmeno sceso al piano del Caffè, rimanendo nella hall d’ingresso dove stava imperversando la vendita delle magliette e dei gadget ricordo. Ma devo essere sincero, dieci minuti buoni li ho spesi davanti ai monitor appesi alle pareti. Credo sia infatti una nota comune nei locali di questa catena, proporre una diretta video di cosa stia accadendo, nello stesso tempo, all’interno degli altri Caffè sparsi per il mondo: Atlanta, Londra, Bangkok, Singapore e via così.
Ebbene, io ero al centro di New York, nell’ombellico del mondo, nel posto in cui molti vorrebbero stare, ma allo stesso tempo pensavo: "Vorrei essere a Bali adesso!" E non certo per il locale - ché, chi se ne frega - ma per cosa potevi vedere da lì: piscine, tavolini in legno di buona fattura, ombrelloni di paglia, ma soprattutto, poco più in là, un mare dall’acqua cristallina. L’Indonesia non doveva essere affatto male!
Ora, non si tratta di non accontentarsi mai di quello che hai, di quello che vedi, o di dove sei, e via così con la ramanzina dell’erba del vicino; credo che centri invece qualcosa con l’essere lontano da casa, primo, e, secondo, di vivere da qualche tempo proprio a New York, la città delle mille possibilità.
Pensiamoci bene. Se ti capita di sentire la voglia di andare in quei maledetti posti che fin dalla adolescenza sogni di visitare, ti scontri solitamente con le cifre pazzesche dei biglietti aerei, con le troppe ore di viaggio, con la routine del lavoro che – vai a sapere perché – non ti fa fare mai niente. Ma se sei capitato da solo dall’altra parte dell’oceano, in una città in cui tre aeroporti offrono le possibilità di destinazione più diverse, i biglietti hanno costi accessibili e  i tempi di viaggio sono sopportabili, inizi a pensare: "Perché no? Un salto dall’altra parte della costa magari lo faccio, oppure me ne vado in America Latina, che qualcosa ho sempre voluto vedere: Città del Guatemala, Quito, Bogotá, Caracas. Vado a cercarmi il sole e il mare che sembrano così vicini da qui. Insomma, ho voglia di viaggiare ancora!"
Ma anche qui a New York ho un sacco di cose da fare e il tempo purtroppo stringe la morsa. D’altra parte sospettavo, ancora prima di partire, che due mesi alla fine sarebbero stati pochi, e che i soldi – quella è sempre stata una certezza – pure. Così, mi tengo la voglia. L’unico rimpianto è esserci andato così vicino, tanto che mi viene da pensare alla fine di "Casablanca", quando Humphrey Bogart, che pure progetta di fuggire con la bellissima Bergman, all’aeroporto fa in modo che sia Victor a prendere il suo posto. Lui, non prenderà quell’aereo.

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Oct. 25, 2006 - Un tributo ai Ratti delle Sabine

 

 

Yogi Berra, oltre ad essere stato un ottimo giocatore di baseball, aveva anche la battuta pronta. Ho scoperto di recente un suo motto che mi piace ora ricordare, "In theory there is no difference between theory and practice. In practice there is." Beh, grande Yogi! Il fatto che me l'abbia rivelato un professore italiano che insegna alla Columbia (che è un metafisico e un logico eccezionale) durante una deliziosa cena a base di sushi, la dice lunga anche sulla freschezza di spirito di quest’ultimo. Per intenderci, è la stessa persona che qualche tempo fa è stata intervistata dalla CNN per un parere in merito alle schede perforate della Florida, nelle precedenti elezioni per la Casa Bianca. Ha iniziato l'intervista facendo vedere un foglio di carta, l'ha poi bucato al centro con una matita e ha cominciato dicendo: "This is a prototypical hole. This one." Grande anche il professore! A queste persone, quindi, devo la mia conoscenza del motto.

Così quando penso ai quei bravi e distinti ragazzi dei Ratti delle Sabine, che sono anche miei amici (che reputo tali al di là delle poche frequentazioni), noto come soltanto la pratica artistica riesca a mettere davvero a nudo il loro essere così diversi da quella media normalità che appartiene a un po' tutte le persone. In teoria sono uguali a tutte le altre, in pratica non lo sono affatto. In teoria una persona può essere ciò che vuole, può fare ciò che vuole, può cambiare look, aspetto e connotati così come gli pare, ma in pratica è un'altra cosa. In questo caso, infatti, si va a cozzare con la socialità, con tutte quelle persone che, volente e nolente, ripongono su di te un giudizio oramai consolidato che spiacerebbe quasi deludere.

Questa cosa, invece, sembra non importare un fico secco (e fanno bene) a quei creativi dei Ratti delle Sabine, una band bonariamente strafottente. Sono ragazzi con la testa sul collo, tanto che erano già bravi studenti a scuola: Ivo, Suppaplat, Rap-Tor, Nick Nazareth. (Ci sono anche tre mascotte inanimate, ma queste a scuola non ci andavano). Ma sono capaci di una vera e propria metamorfosi quando suonano insieme, quando vanno insieme in villeggiatura, per strada o, come forse direbbero loro, "Nel mio WC". Quello che ci terrei a sottolineare, è che non si tratta semplicemente delle oramai accreditate doti musicali dei pezzi proposti, tanto che il singolo “q-letto” si è classificato secondo al «festival di San Jimmy» su Radio 105 (lo stesso pezzo che ora apre il nuovo album, Italia a 90). A fare la vera differenza, sono una gamma di elementi artistici che non è possibile considerare soltanto corollari privi di valore: le performance estreme, le groupies gonfiabili, il merchandising irriverente, uno slang completamente inscritto nelle dinamiche di gruppo, le risorse multimediali ad effetto. Oggi come oggi, tutto questo non può avere a che fare solatanto con il punk, che siamo tutti d'accordo, ha ormai fatto il suo tempo. Questa è roba da museo post-neoavanguardista!

Grazie ai Ratti delle Sabine, la liricità è una nuova liricità. Holderlin nell'Andenken si chiedeva dove fosse il suo amico Bellarmino, partito tanto tempo prima per le lontane Indie. Io, invece, impegnato dal qualche tempo ad occidente, ritrovo alcune vecchie conoscenze che, in data 28 settembre, mettono in bella mostra sul sito il loro preterito, con tanto di logo del gruppo (http://www.rattidellesabine.it). Il catalogo del merito artistico è ampio e nutrito e meriterebbe di essere approfondito. Come unico esempio, mi limito a una nota critica. Certamente Ronny Cutrone (l'assistente di Andy Warhol, per intenderci) aveva il sacrosanto diritto, ancora dieci anni fa, di continuare a dipingere Paperino fra barattoli di minestra, nonostante tutti i critici fossero concordi nel ritenere il movimento Pop ormai concluso da decenni. E cosa ritrovo qui, tra le bizzarrie dei Ratti delle Sabine? Una silhouette di Topolino con «sigaretta» in bocca, chiuso fra un divieto della segnaletica stradale. Come non leggere in questa immagine - che è anche il loro marchio - uno slancio in avanti verso nuove e innovative aperture artistiche?

Con questo chiudo un tributo certamente dovuto, ma estremamente obbiettivo (anche se in qualche modo voglio bene ai ragazzi) e ribadisco la mia stima e la fiducia nel progetto. Fortunatamente i Ratti delle Sabine (diversamente da me e in questo li invidio molto), non fanno proprie le parole del nero di Arma Letale quando, seduto sul water con un bomba sotto il culo pronta ad esplodere, dice: “Sono troppo vecchio per queste stronzate”. Ecco la differenza, in pratica, fra la teoria e la pratica. Grazie Yogi e grazie Ratti!

 

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Oct. 18, 2006 - Banda magra

 

 

Il mio professore sostiene che, per colpa del maledetto fuso orario, tenere una corrispondenza da New York con l'Italia, è qualcosa che ha che fare con la pesca. Nel bel mezzo del pomeriggio, infatti, tu spedisci una valanga di e-mail - di lavoro e non - poi termini quello che hai da fare, torni a casa, ceni e vai a dormire. Soltanto il mattino dopo, quando riaccendi il computer, tiri su le reti e vedi cosa hai pescato. Nella migliore delle ipotesi, trovi le risposte che aspettavi, nella peggiore, butti di nuovo giù le reti e speri di essere più fortunato. Sarà. Ma per quel che ne so, da quando sto qui a New York, spedire lettere e navigare in Internet ha che fare più con la meteorologia, l'astrologia, la religione e il buddismo tibetano.

Tolte le ore che passo all'università, dove una strepitosa copertura senza fili sovrasta l'intero campus (oltretutto, for free), quando sono a casa - un comodo sgabuzzino ben arredato all'interno del quale, oramai, mi muovo con una certa disinvoltura - iniziano i tormenti, le angosce, le ansie, i brevi ma intensi nervosi, che di solito supero con parolacce da marinaio.

Se tutto gira a mio favore, aprendo completamente la finestra dell'appartamento, sollevando la zanzariera, sporgendo il computer sul davanzale e pregando tra me e me, ottengo di beccare il fuggevole segnale di una rete senza fili non protetta. Ma perché questo capiti, devono verificarsi una serie di circostanze mica da ridere. Nell'ordine: il tempo deve essere buono, un po' di vento porterebbe il segnale chissà dove e comunque lontano da me (ecco la meteorologia); le costellazioni devono proporre nel cielo, basso all'orizzonte, una peculiare configurazione astrale, tanto che il segnale svanisce e ritorna, ciclicamente (ecco l'astrologia); è infine necessario ottenere il favore del Padreterno, indispensabile e provvidenziale sempre per ogni cosa (ecco la religione). Lascio intendere come il buddismo tibetano torni utile quando tutto questo non accade.

Ora, non voglio fare del catastrofismo. Probabilmente gli amici obbietterebbero che (1) queste non sono cose indispensabili e che (2) per distrarsi un po’ si può sempre leggere un libro.

Certamente non sono cose importanti per mio nonno, forse, per Robinson Crusoe e per i naufraghi dell’isola di Gilligan. Ma per un ragazzo del millennio in corso, solo in terra straniera, rivestono un valore non propriamente accessorio. Poniamo, per esempio, che tu arrivi a casa sfinito dopo una giornata di studio (che chissà come è andata) e decidi di preparare una cenetta veloce. Nel frattempo, ti stappi una santa Peroni che, ne sei convinto, ti sei meritato. Volete mettere la felicità, in questo momento, di ascoltare un po' di radio, o guardare un telegiornale? E se invece l'unica cosa che ti riesce di fare è ascoltare la Berlinguer che legge le notizie a intermittenza? Ammettiamolo, viene il nervoso. Un conto è non avere una connessione, un altro è ricevere il segnale ogni tanto, a scatti, che prima va e poi ritorna, lento poi veloce: ti senti preso in giro! Da tenere a mente, poi, che questa è sempre l'ipotesi migliore, l'alternativa è consumare la cena in un silenzio da refettorio fascista.

Riguardo invece al libro - permettetemi - non dirò adesso per delicatezza cosa potete farne. Ma certamente dopo un intero giorno passato sulla tesi di dottorato, la lettura dell'Oscar Mondadori non è fra i primi desideri dello spirito.

 

Ora che sapete questo, provate a indovinare: quanto ci vorrà perchè salvi questo pezzo sul blog? Si accettano scommesse.

 

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Oct. 8, 2006 - L'insostenibile leggerezza del dovere

 

 

La Butler Library delle Columbia è fantastica! Grande, fornitissima e lussuosa, proprio come quelle che si vedono nei film (che guarda caso sono sempre le stesse: Harward, Oxford, Yale). E' aperta tutti i giorni, ventiquattr'ore su ventiquattro, piani di scaffalature per l'accesso libero ai libri, scrittoi e sedie in legno, presa di corrente ad ogni postazione, computer per ricerche biblografiche e sala "lounge" per distrarsi un poco. Si sta bene, insomma, in primisi per studiare e poi per navigare in rete, mangiare, leggere, sonnecchiare (sono tanti che studiano fra un sonno e l'altro), limarsi le unghie, ascoltare l'iPod in santa pace, bere caffè americano, o mangaire sushi in comode vaschette preconfezionate.
Se fuori però la giornata è stupenda, il cielo è terso e pensi che sei a Manhttan, nessun confort vale il prezzo della libertà! Così, prima che un amico immaginario venga a farmi compagnia (magari vestito come quelli del libro Cuore - io, almeno, un compagno immaginario lo vorrei così) spesso mi muovo verso la parte bassa dell'isola che - per intenderci - incarna molto di più la New York dell'immaginario: le vetrine, le luci e il caos di Times Sqaure, il romantico Central Park, i taxi in coda sulla Brodway, il ponte del Chewing Gum, Wall Street e la Statua della Libertà. Tutte cose di cui presto ne sentirò inevitabilmente la mancanza.
Il distretto universitaio di Columbia è invece un'altra cosa, ma bello uguale. Si respira l'aria del college da migliaia di dollari l'anno, in cui gli studenti hanno tutto ciò che serve e sono coccolati (e meno male, con quello che pagano): bar, circoli ricreativi, palestre e campi sportivi, in linea con lo spirito (post-capitalista) secondo cui "farai bene il tuo lavoro se il lavoro fa stare bene te".
Ma tenendo a margine i luoghi ufficiali della ricreazione (primo perchè non ci posso entrare e poi perché meno sfiziosi), una breve nota va invece allo "spazio pubblico" che davvero conta, la passerella verace della ricreazione universitaria: il campus, con il verde, i portici e le ampie scalinate. Qui, puoi farti un'idea della gioventù multi-etnica e benestante under trenta.
Primo, capisci che più degli occidentali, sono gli orientali a seguire la moda europea e a fare acquisti sulla 5a Strada e Lafayette Street (Armani, Gucci, Prada e quant'altro).

Secondo, Il football americano è un bello sport, forse più del baseball, ma detto in tutta sincerità, dov'è il piacere di dire "Dai, facciamo due tiri con l'ovale!" quando a giocare si è soltanto in due? Il primo, quello con la palla in mano, finge di scartare chissà chi e poi fa un tiro dall'altra parte del campo. Il secondo, con una corsa prova a prendere l'ovale e, se ci riesce, esultano entrambi, altrimenti silenzio. Ebbene, ho visto due nel campus andare avanti così per delle ore. Altra cosa che non sospettavo: giocano a calcio 'sti maledetti, e non sembra si muovano male! Peccato che io sia tra i pochissimi italiani a non poter dire la sua, tanto che penso ai miei amici palleggiatori e vorrei che fossero qui con me.

Terzo, non mi spiego cosa spinga un essere umano - sicuramente studenti di un club sportivo - a giocherellare fuori dalla biblioteca, quasi in autunno, con dei pantaloncini microscopici, il cappellino parasole, ma soprattutto a petto nudo. Considerando che mentre guardavo lo spettacolo, indossavo una comoda maglietta intima infilata dentro i pantaloni e mi tiravo sempre più in sù il collo della giacca per riparare la gola - santo cielo, faceva freddo - mi chiedo se loro non abbiamo anticorpi speciali, o sia invece io il pazzo. (Certo, i giocatori di calcio, di inverno, mica giocano con la calzamaglia, però a dorso scoperto è una esagerazione anche per un professionista!) Sono convinto che centri coi geni, perchè vedo anche giovani studentesse che vanno in giro ancora con i piedi nudi, infradito e smalto colorato e lo smalto, pare, sia di moda.
Per non farla lunga, l'ultima chicca sulla ricreazione informale, la apprendo seduto comodamente in poltrona dal Columbia Spectator, il giornale universitario (che è gradevole, e si lascia leggere molto meglio delle pubblicazioni pseudo-marxiane degli Invisibili di Palazzo Nuovo). Leggo in terza pagina: "Revealing the Sexy Side of Hamilton", che suona come "I nuovi peccatori di Peyton Place", e penso a quanto di piccante abbia mai scoperto io fra Via Verdi e Via Sant'Ottavio, dove giocolieri, saltimbanco e clocharde hanno credo rimpiazzato la pulsione tutta latina per l'avventura infra-scolastica. Comunque, considerando l'Hamilton un edificio antico e austero (è non è l'unico: di fronte, per esempio, si trova la School of Journalism, quella in cui consegnano il Premio Pulitzer), fa sorridere immaginare quel posto complice di festini a luce rosse, fra scrivanie, calze di spugna, libri e tazze di caffè. Pare, infatti, che alcuni studenti, tirando a studiare fino a tardi, evitassero poi di tornare a casa a dormire, improvvisando dormitori semi-sconci all'interno del prestigioso istututo. Capito? E noi lì, con le capriole, i funamboli e le tre palle che girano...

 

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